“Il terremoto dell’incertezza fa tremare le mani, tanto, da far crollare un bicchiere di vetro sul pavimento. Le arterie di un pensiero astratto abbattono le barriere dello stigma, risolvono i conflitti dell’interno e ambiscono ad essere imperfette. Non ho paura del futuro, ma del presente, poiché il primo mi è stato rubato senza scelta, e il secondo è troppo presente nel passato per essere in vita.”
(Cadenazzo, nel letto. Sabato, 25 gennaio, L’incertezza)


“L’istinto guida il moto della passione, ma non per questo si può dire che la ragione sia cieca. L’istinto è occasione: l’essere si fa movimento. Il movimento, a sua volta, è la struttura con cui lo scheletro dei pensieri dipinge le pareti della mente. Diviene quindi utile, per quanto possibile, progettare la direzione della guida. L’influenza più nobile è quella che si cela sotto la pelle, nascosta, quasi un sospiro invisibile. Ed è proprio in questa invisibilità che si svela la forma, pronta ad essere apprezzata.”
(Cadenazzo, conversazione a casa. Martedì, 28 gennaio, Moto)


“L’essere umano contemporaneo piega la cervicale verso lo schermo dell’immediatezza, rallentando così la progressione verso il pensiero critico e la riflessione, tratti distintivi dell’uomo di un tempo. Nel nostro presente, rapido e indolore, non è difficile scorgere come il concetto di anno si sia ridotto alla sua forma più banale e vuota. ‘Cervicalgia’ diventa la metafora più adatta per descrivere la condizione umana odierna: ciò che viene ripetutamente e consapevolmente praticato nel tempo si trasforma in sindrome. Anche l’espressione sociale, ridotta ormai a un atto meccanico, diventa un lavoro: una presenza forzata in una società spenta e logorante.”
(Bellinzona, conversazione in auto. Martedì, 28 gennaio, Cervicalgia)


“La paura è coraggio sospeso in una crisi esistenziale. Fa paura ciò che dà forma alla nostra essenza, ciò che ci rende ciò che siamo. La paura di aver paura è la nudità più profonda dell’essere. Non esiste terrore più grande di uno specchio che riflette le fragilità del nostro io più profondo.”
(Cadenazzo, parlando da solo. Martedì, 28 gennaio, Paura)


“Quando l’essere umano parla di ciò che non gli appartiene, gli risulta più facile comprendere l’altro. L’argomento, in fondo, è solo una parte che emerge dall’interazione. Non si può non comunicare, così come non si può non appartenere. La vera paura, allora, è quella di appartenere troppo a un argomento e naufragare in esso. L’essere umano contemporaneo, tuttavia, teme più il ritrovarsi che il perdersi, perché, nel primo caso, sarà inevitabilmente sopraffatto dall’ansia di smarrirsi di nuovo.”
(Cadenazzo, nel letto. Mercoledì, 29 gennaio, Argomento)


“L’uomo si copre di orgoglio per paura di essere nell’errore. È più facile agire secondo convinzioni statiche che affrontare quelle in continuo movimento. Così, si alimenta l’odio per il non sapere e si assume una postura di chiusura verso chi ammira il sapere. Tuttavia, l’ammirazione non implica la certezza del conoscere, ma piuttosto l’intenzione di agire in relazione a esso. È in questo processo che nasce il cosiddetto “movimento del sapere”. Diversamente, l’uomo continuerà a rincorrere solo ciò che crede sia giusto, senza mai aprirsi alla possibilità di trasformarsi.”
(Cadenazzo, sul divano. Venerdì 31 gennaio, Sapere)


“Più l’uomo si allontana dalla natura, più si avvicina al concetto di snatura. La natura è ciò che rimane intatto, integro nella sua essenza. La snatura, invece, rappresenta ciò che non è più intatto, ciò che è stato alterato. Per sua natura, l’uomo tende più a dividere che a unire, e per sua snatura è portato a disintegrare, fino alla rovina. Forse ciò avviene per presunzione di controllo o per una forma di sadismo. Snaturarsi significa accettare di divenire qualcosa di diverso. L’uomo si allontana dall’idea di natura per abbracciare il potere della decisione. La snatura pretende il potere, poiché essa non si limita ad accogliere l’equilibrio naturale, ma ambisce a piegarlo, modificarlo, controllarlo. L’uomo, per automatismi sociali, è parte integrante della snatura, poiché partecipe dell’utilizzo plastico degli oggetti. Il valore di un oggetto, ormai ridotto a una dimensione puramente monetaria, si è contratto nell’etichetta plastica che lo rappresenta.

Persino i sensi sono divenuti plastici: i cibi, lavorati e privati della loro autenticità, sanno di nulla, e il nulla è plastica. I rapporti umani sono plasticati, così come la socialità che si manifesta attraverso la finzione identitaria. E a soffrirne è anche il cervello e la sua plasticità, che, in un tempo in cui la pigrizia verso la pratica dell’errore è comunemente evitata, ne risente profondamente. Il risultato è spaventosamente umano: una vulnerabilità crescente alla decadenza dell’intelletto.”
(Riazzino, in un sentiero. Domenica 2 febbraio. Plastica)


“Ho una profonda riconoscenza verso la parola rispetto. In primis, e mi concedo di essere superficiale, nella sua composizione si nasconde “petto”, che in un’ottica altruista mi porta a prediligere la frase “ti rispetto” rispetto a “ti amo”, poiché nel primo caso il gesto può essere misurato in base all’educazione e all’esperienza, mentre nel secondo è un’improvvisazione difficile da mantenere sotto controllo.

In secondo luogo, credo fortemente nel rispetto, perché amare comporta, seppur in modo sottile, un bisogno di ego. Questo risiede nell’essenza del bacio, che viene dato per far provare emozioni all’altro, ma soprattutto per provare queste emozioni in prima persona, facendole diventare parte della propria conoscenza dell’amore. Rispettare, invece, significa adattarsi a spazi – e con ciò intendo spazi emotivi – totalmente privi di giudizio.

Ti rispetto perché, in quanto persona, desidero il tuo bene. Ti amo perché, in quanto persona, adoro la sensazione che provo quando sono con te. Amarsi e rispettarsi, probabilmente, è la combinazione ideale per vivere serenamente una relazione, ma nella visione attuale è diventato difficile, poiché la tentatio vacilla ogni volta che si perde il rispetto. E il sintomo che si percepisce, che diventa evidente, si misura proprio nel petto.”
(Cadenazzo, nel letto. Domenica 2 febbraio. Petto)


Non abitiamo sulla Terra, ma nella terra. Non viviamo più, sopravviviamo alla follia del potere. Siamo accecati dalla luce della moneta, al punto da specchiarci in riflessi ritoccati, falsi, illusori. Il gusto non è più autentico: è plastico, riciclato, corrotto dal marciume dei riflettori.

L’essere umano è fuori controllo. Abbiamo perso l’equilibrio e non riusciamo più a ritrovarlo. Lo cerchiamo, lo attendiamo, ma non arriva. Restiamo insoddisfatti, intrappolati nella terra, a soffocare insieme agli insetti. Una lotta continua a chi si spinge più in alto, fino a quando, raggiunta la vetta, si getta nel vuoto per assaporare l’adrenalina dell’impossibile.

Ci rendono apatici, perché sanno che le emozioni vere, loro, non possono più provarle. Sono immersi nella sporcizia dell’arroganza, nel fango del controllo ossessivo, nell’illusione di una padronanza assoluta del mondo. Si appropriano dell’altro come se avessero il diritto di decidere, cambiare, possedere la vita altrui.

E a noi non resta che osservare l’esplosione di un atomo, simbolo di un equilibrio ormai perduto. Non ci resta che guardarci negli occhi, sperando che l’ultimo abbraccio sia autentico. Forse di amore puro. O forse solo un gesto di consolazione, prima che tutto svanisca.
(Cadenazzo, nel letto. Venerdì, 14 febbraio. fuori controllo)